CITTADINI STRANIERI - Rispunta lo ius soli temperato. Il Pd guarda al modello tedesco

Il testo: cittadinanza se un genitore risiede da almeno 5 anni

I giovani responsabili delle materie, scelti dal sindaco per la segreteria, hanno cominciato a lavorarci. «Renzi ha parlato di un mese di tempo, ci stiamo lavorando», non ha anticipazioni da offrire sul grande piano per il lavoro annunciato domenica in assemblea Marianna Madia, che insieme al responsabile economico Filippo Taddei, sta cominciando a riempirlo di contenuti.  

«Siamo veloci, ma lasciateci un po’ di tempo», sorride Maria Elena Boschi, al lavoro su riforme istituzionali e legge elettorale. E anche il deputato Davide Faraone, che sta ragionando su ius soli e unioni civili, ancora non fornisce dettagli.

Anche se qualche punto da cui partire, in realtà, già c’è. Per esempio sulla legge sulla cittadinanza agli immigrati: di ius soli ha parlato domenica il neosegretario, facendo l’esempio delle due bambine incontrate in una scuola, Fatima e Barbara, cresciute insieme, amiche per la pelle, ma con cittadinanza diversa; magari, ha ipotizzato lui dal palco, si potrebbe legare a un ciclo di studi l’acquisizione del passaporto italiano. Ebbene, in Commissione affari costituzionali alla Camera già esiste una proposta targata Pd, presentata a marzo: primi firmatari, l’ex segretario Bersani, il capogruppo Speranza, il ministro Kyenge e il responsabile dei nuovi italiani Chaouki. 

In base a questa proposta, un bimbo nato da immigrati nascerebbe italiano se almeno uno dei genitori stranieri è residente in Italia senza interruzioni da almeno cinque anni. «Potrebbe essere un punto di partenza, ma dobbiamo approfondire e portare l’argomento al tavolo della coalizione», spiega Faraone.  

Per quanto riguarda le unioni civili, o civil partnership, tanti sono i testi presentati in Parlamento, a cui se ne aggiunge uno, firmato per ora da tre senatori renziani e appena elaborato, che non tocca l’argomento figli. Ma non è detto che sarà quel testo il punto di partenza, anche perché una cosa vorrebbe il segretario: far viaggiare su un binario parallelo la proposta delle unioni civili, il riconoscimento di diritti su cui lui «è tra i più prudenti» ma che «va messo nel patto di coalizione» perché «noi siamo il Pd», con altre che lancino un segnale in altra direzione, proposte di aiuto e sostegno a famiglie numerose o in difficoltà. 

Sul lavoro, sarà un testo corposo da mettere insieme. E se i dettagli sono ancora in via di definizione, è però certo che da tre punti si partirà. Il primo, più volte indicato dal sindaco come fondamentale, la semplificazione delle regole sul lavoro. «Abbiamo 2160 norme sul lavoro», ripete spesso Renzi, bisogna razionalizzare, lui immagina «un codice che abbia 60-70 regole». 

Secondo punto certo, una revisione dei centri per l’impiego e del sistema della formazione professionale, «che troppo spesso risolve più i bisogni dei formatori che di chi cerca lavoro», è un altro mantra del sindaco. Infine, terzo punto, gli ammortizzatori sociali, che oggi non sono per tutti, visto che cassa integrazione o indennità di disoccupazione dipendono dal tipo di contratto che si è avuto: «Ci vuole un sussidio per tutti quelli che perdono il lavoro», ha sottolineato domenica nel suo discorso davanti all’Assemblea del partito. 

Sul tema, comunque, la prima occasione per dimostrare che il Pd di Renzi «cambia verso», sarà a gennaio, quando dall’Europa arriverà un miliardo e mezzo di fondi destinati all’occupazione giovanile. Lo sa bene il segretario, che ha già lanciato il suo avvertimento: «Non si può spacchettare quel miliardo e mezzo in mille rivoli».

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