L’ISTAT ha pubblicato il dossier “I percorsi di vita delle generazioni“, che fotografa le trasformazioni demografiche italiane dal 1861 a oggi. I dati delineano un Paese sempre più anziano, con fecondità al minimo storico e popolazione in calo: scenari che ridefiniscono gli equilibri tra generazioni e aprono nuove riflessioni per la Pubblica Amministrazione.
Un secolo e mezzo di transizione demografica
Il dossier ricostruisce le due grandi transizioni demografiche italiane. Dal 1861 alla metà degli anni Settanta del Novecento, la popolazione cresce da 26,3 a quasi 56 milioni di residenti, grazie al calo della mortalità e alla ripresa della fecondità postbellica, con un picco di 2,7 figli per donna nel 1964.
Dalla metà degli anni Settanta si apre la seconda transizione: la fecondità scende sotto la soglia di sostituzione, si posticipano matrimoni e genitorialità, cambiano i modelli familiari. Nel 2025 il numero medio di figli per donna tocca il minimo storico di 1,14, mentre i nati fuori dal matrimonio raggiungono il 45,8% del totale.
Il nuovo regime demografico: dati e proiezioni ISTAT
Le proiezioni ISTAT aggiornate al 2024 delineano scenari critici. Tra il 1976 e il 2025 l’indice di vecchiaia è salito dal 50 al 208%. La popolazione, scesa da 60,3 milioni nel 2014 a 58,9 milioni a inizio 2026, potrebbe ridursi a 45,8 milioni entro il 2080.
Nel 2050 la quota di anziani salirà dal 24,3% attuale al 34,6%, mentre la popolazione 15-64 scenderà al 54,3%. Cambia anche la struttura familiare: le persone sole passeranno dal 37,1% al 41,1%, le coppie con figli scenderanno dal 28% al 21%. Le cosiddette “trappole demografiche” – contingente in età riproduttiva ridotto, aumento dei decessi, transizione dei boomers all’età senile – prevarranno sui comportamenti riproduttivi di breve periodo.
Un nuovo regime demografico tra welfare e coesione sociale
L’adattamento a un nuovo regime demografico è il tratto distintivo della transizione in corso. Il dossier Istat evidenzia che:
- gli anziani sono sempre più numerosi, ma anche più longevi, istruiti e attivi;
- i giovani entrano nella vita adulta più tardi, ma con livelli di istruzione più elevati;
- il saldo migratorio, pur restando positivo, non compensa più il deficit naturale tra nascite e decessi.
Le trasformazioni in atto, conclude ISTAT, ridefiniscono gli equilibri tra generazioni, aprendo spazi di riflessione su nuovi modelli di welfare, partecipazione economica e coesione sociale.
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