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Intervista a Mario Morcone, Capo Dipartimento immigrazione

Intervista a Mario Morcone, Capo Dipartimento immigrazione

Titolare del dipartimento Libertà civili e immigrazione, Mario Morcone è il responsabile dell’accoglienza immigrati: nel suo bunker al Viminale è un via vai continuo tra telefonate e incontri per pianificare l’ospitalità e prima ancora assicurarsi che i soccorsi in mare vadano a buon fine. Un prefetto che combatte con i numeri, le urgenze a volte fulminee, gli umori della politica. Ieri, per esempio, è stato a Venezia in una riunione convocata dal governatore Luca Zaia con i prefetti della regione e diversi sindaci.
Com’è andato l’incontro?

È stato utile, ognuno ha spiegato le sue posizioni. Nessuno vuole creare problemi sociali con l’arrivo dei migranti.
Ma la resistenza del presidente della regione Veneto, insieme al collega della Lombardia Maroni, resta.
Per questo il ministro dell’Interno, Angelino Alfano, incontrerà all’Anci il 17 giugno i vertici degli enti territoriali. Si può arrivare a una composizione dello scontro.

In che modo?
Faccio notare i numeri: ci sono oggi circa 90mila immigrati in accoglienza in tutta Italia. È come dire che possiamo distribuire circa dieci stranieri per ognuno degli 8mila comuni del nostro Paese. L’impatto è senza dubbio sostenibile. Le cifre sono molto basse.
Ma la sensazione di conflitto senza soluzioni tra le decisioni del centro e quelle della periferia resta anche oltre gli schemi politici.
In realtà basta dialogare, superare incomprensioni ed equivoci. Nel nuovo piano nazionale di accoglienza è prevista la nascita di un «hub», un centro di prima accoglienza dopo lo sbarco, in ogni regione. Oggi (ieri per chi legge, n.d.r.) abbiamo detto alle autorità locali del Veneto: fateci voi una proposta, secondo le vostre esigenze.

A che punto è la novità annunciata di assegnare incentivi ai Comuni che si fanno avanti per l’ospitalità immigrati?
L’idea avanzata di deroghe al patto di stabilità ha un costo e dovrà essere valutata dal ministero dell’Economia. Per quanto riguarda l’Interno, ci sono tutte le condizioni per ridurre dal 20% al 5% la quota di compartecipazione finanziaria dei municipi allo Sprar (il sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati, n.d.r.).

Qual è la situazione aggiornata di sbarchi e capienza centri?
Stanno arrivando altre 2mila persone in queste ore, stiamo ormai per raggiungere quota 60mila arrivi nel 2015. Nei centri dell’Interno, più lo Sprar, ci sono 81mila stranieri; altri 8mila500 stranieri sono ospitati in strutture via via individuate quest’anno.

Non si potrebbero utilizzare anche i Cie (centri di identificazione ed espulsione) ormai in disarmo?
Intanto lo abbiamo già fatto con quelli di Milano e di Bologna. Quest’ultimo, poi, diventerà l’hub dell’Emilia Romagna.
Non basta, però. E intanto gli assembramenti a Ventimiglia, Roma e Milano sono crescenti.
Invito a guardare cosa accade a Calais, in Francia, di fronte alla costa inglese. Lì ci sono numeri che fanno davvero impressione. Del resto è noto che chi approda in Italia molto spesso vuol andare nel Regno Unito, in Svezia o Germania.
Ma Parigi e Berlino stanno facendo resistenza senza tanti complimenti, visto quello che accade alle loro frontiere.
Sono assolutamente convinto che dobbiamo e possiamo convincere gli amici francesi e tedeschi. Una scelta europea oggi a favore dell’Italia può essere domani d’aiuto per gli Stati che dovranno affrontare altri flussi migratori. Incombono sull’Europa, come quelli provenienti dai Balcani, con numeri altrettanto imponenti.
Intanto si parla di permessi umanitari per i nuovi arrivi, come quelli concessi durante la primavera araba ai tunisini.
Sarebbe l’estrema ratio, ma occorre calcolare le conseguenze. Allora giunsero circa 60mila immigrati. L’anno scorso, invece, ne sono sbarcati 170mila, e quest’anno ne potrebbero giungere 200mila. Gli effetti di quel tipo di permesso su numeri così alti come quelli attuali sono enormi. Così come lo sono le conseguenze internazionali.
E stavolta non si lavora neanche con una dichiarazione di stato di emergenza, come accadde nel 2011.
Ciò credo faccia onore al lavoro svolto sinora. Certo, la politica ha la parola finale sulle scelte. Ma non ci sono dubbi sul fatto che la soluzione migliore nell’affrontare questo esodo epocale sta in un accordo in Europa. Non si può eludere questa strada e sarà battuta dal nostro governo in ogni modo.
Un percorso che passa anche dal ricorso ai rimpatri.
Se si definisce un piano europeo e l’Italia completa la lista degli accordi di riammissione. Oggi abbiamo quelli con l’Egitto, la Tunisia, il Niger e il Marocco. Ma occorre stipularli con il Senegal, il Gambia, la Costa d’Avorio e il Mali. 

(Fonte: Il Sole 24Ore)

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