Rapporto INPS: lavoratori sempre più anziani, stipendi penalizzati dall’inflazione e pensioni più tardive

Il XXV Rapporto annuale INPS: oltre 21 milioni di dipendenti pubblici e privati, forza lavoro più anziana, salari erosi dall’inflazione, pensioni più tardive

20 Luglio 2026
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Il XXV Rapporto annuale INPS fotografa oltre 21 milioni di lavoratori dipendenti, pubblici e privati, nel 2025. Ne esce una forza lavoro sempre più anziana, con retribuzioni in aumento nominale ma erose dall’inflazione e un’età di pensionamento in salita. Un quadro che riguarda da vicino anche chi lavora nella Pubblica Amministrazione, tra prospettive di carriera, potere d’acquisto e uscita dal lavoro.

Indice

Una forza lavoro dipendente sempre più anziana

Nel 2025 i lavoratori dipendenti (pubblici e privati, esclusi domestici e operai agricoli) superano per la prima volta la soglia dei 21 milioni, con un incremento di circa 250mila unità rispetto al 2024 (+1,2%).

Il dato aggregato nasconde però dinamiche diverse per fascia d’età. Confrontando il 2025 con il 2019, il Rapporto distingue tre situazioni:

  • giovani tra 18 e 34 anni: dipendenti in forte aumento (+850 mila) nonostante il calo della popolazione della stessa età (-230 mila);
  • adulti tra 35 e 54 anni: dipendenti in lieve flessione (-100 mila) a fronte di una popolazione di riferimento in netta contrazione (-1,8 milioni);
  • senior tra 55 e 70 anni: unico gruppo in cui crescono sia la popolazione (+1,32 milioni) sia i dipendenti (+1,16 milioni), con un picco intorno ai 61-62 anni.

L’invecchiamento degli occupati è indicato come uno dei fenomeni di maggiore rilievo, condizionato anche dalle regole di pensionamento che, in particolare con la riforma Monti-Fornero del 2011, hanno posticipato l’uscita dal lavoro.

Retribuzioni in aumento, potere d’acquisto in calo

La retribuzione media annua dei dipendenti nel 2025 è pari a 27.649 euro, in crescita del 3,6% rispetto al 2024 e del 14,5% rispetto al 2019. Dietro la media si collocano situazioni molto diverse per regime d’orario e continuità dell’impiego:

  • full-year full-time: 41.872 euro annui;
  • full-year part-time: 19.135 euro;
  • part-year full-time: 19.388 euro;
  • part-year part-time: 9.170 euro;
  • retribuzione giornaliera media: 108 euro, +13,5% dal 2019.

Il punto critico emerge dal confronto con l’inflazione. Tra il 2019 e il 2025 i prezzi sono cresciuti tra il 18,2% (indice FOI) e il 20,5% (indice IPCA), valori sensibilmente superiori alla dinamica delle retribuzioni lorde. Ne deriva una perdita di potere d’acquisto, che il Rapporto colloca in un contesto di stagnazione salariale di lungo periodo aggravata dalle recenti tensioni inflazionistiche.

Si va in pensione più tardi

L’età media effettiva di pensionamento dei dipendenti (privati e pubblici) è passata da 61,7 anni nel 2012 a 64,7 nel 2025. La crescita è trainata soprattutto dalle pensioni di vecchiaia, stabili intorno ai 67 anni dal 2020, mentre le pensioni anticipate seguono un andamento più irregolare, risentendo dei canali di flessibilità in uscita.

Questo spostamento in avanti dell’uscita dal lavoro riflette le riforme succedutesi nel tempo e concorre a spiegare la crescita della componente senior tra gli occupati descritta in apertura.

Pensionati lavoratori: la pensione come transizione

Accanto all’innalzamento dell’età di uscita, cresce il fenomeno dei «pensionati lavoratori», cioè di chi prosegue un’attività dopo la decorrenza della pensione. Il profilo tracciato dal Rapporto sul periodo 2019-2023 mostra alcuni tratti ricorrenti:

  • il numero cresce rapidamente, da circa 40mila unità nel 2019 a quasi 158mila nel 2023;
  • l’età media al pensionamento si colloca tra 64 e 65 anni;
  • prevale la componente maschile, con la quota femminile in lieve aumento;
  • il part-time sale dal 23,5% al 44,3%, segno di attività a intensità ridotta;
  • la quota di chi resta nella stessa impresa scende dal 61,7% al 40,2%;
  • la distribuzione territoriale è più concentrata al Nord.

Per una parte crescente di lavoratori, dunque, la pensione segna una transizione graduale più che un’uscita netta dal mercato del lavoro.

Sullo sfondo: la spinta della non autosufficienza

La stessa transizione demografica pesa sul versante assistenziale. Le indennità di accompagnamento hanno rappresentato nel 2024 il 77,8% delle prestazioni agli invalidi civili e riflettono in modo diretto l’aumento della popolazione anziana e delle condizioni di non autosufficienza. Le nuove indennità per anno di decorrenza sono passate da circa 300mila nel 2012 a un picco di 436mila nel 2023, con una prevalenza femminile pari a circa il 60% dei nuovi beneficiari.

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