Matrimoni same-sex e obblighi europei di riconoscimento: il caso polacco e il modello italiano

Nota a Corte di giustizia UE, Grande Sezione, 25 novembre 2025, C-713/23

William Damiani 2 Febbraio 2026
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La sentenza C-713/23 della Corte di giustizia dell’Unione europea affronta il tema del riconoscimento dei matrimoni fra persone dello stesso sesso validamente celebrati in altri Stati membri, censurando il sistema polacco per l’assenza di qualsiasi forma alternativa di riconoscimento giuridico. La Corte chiarisce che, pur restando ferma la competenza statale in materia matrimoniale, gli Stati membri sono tenuti a garantire modalità effettive di tutela dello status personale ai fini della libera circolazione e della vita familiare. In tale prospettiva, la pronuncia non produce conseguenze sull’ordinamento italiano, che già assicura il riconoscimento dei matrimoni same-sex contratti all’estero mediante la conversione in unione civile ai sensi dell’articolo 32-bis della legge n. 218/1995.

Premessa

Con la sentenza in commento, la Corte di giustizia dell’Unione europea compie un ulteriore passo significativo verso il riconoscimento delle relazioni familiari same-sex.
Il giudizio trae origine dal rifiuto dell’ufficio dello stato civile di Varsavia di trascrivere un matrimonio tra due uomini (uno cittadino polacco e uno cittadino tedesco), validamente celebrato in Germania. Il diniego è stato motivato con il fatto che il diritto polacco non prevede il matrimonio tra persone dello stesso sesso e che, pertanto, la trascrizione di un siffatto atto di matrimonio straniero avrebbe violato i principi fondamentali sanciti dall’ordinamento giuridico della Repubblica di Polonia.
Tale rifiuto, secondo gli interessati, determina una forte limitazione del diritto di libera circolazione e soggiorno negli Stati membri, in quanto gli stessi non possono beneficiare dello status giuridico di coniugi e, di conseguenza, non possono proseguire in Polonia la vita privata e familiare precedentemente condotta in Germania.
La pronuncia della Corte di Giustizia offre lo spunto per una riflessione comparata sul diverso modo in cui gli ordinamenti nazionali si sono attrezzati – o meno – per dare attuazione agli obblighi derivanti dal diritto dell’Unione. In tale prospettiva, il confronto con l’esperienza italiana, come si vedrà nel prosieguo, appare particolarmente interessante.

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