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ANAGRAFE- FAMIGLIA - La disciplina del cognome: il silenzio del legislatore

In anteprima l'editoriale della Rivista “I Servizi Demografici n. 5/2019"
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Editoriale di Renzo Calvigioni (I Servizi Demografici n. 5/2019)

In anteprima l’editoriale della Rivista “I Servizi Demografici n. 5/2019

Qualche giorno fa, in occasione di un’iniziativa di formazione organizzata da Anusca, nel corso della quale, tra i tanti argomenti affrontati, si dibatteva anche in materia di diritto al nome, uno dei partecipanti si domandava, e chiedeva ai presenti, per quale motivo il Parlamento non avesse ancora emanato un nuova disciplina del cognome, dopo gli inviti e gli interventi della giurisprudenza: la domanda era perfettamente legittima, ma è oggettivamente difficile dare una spiegazione o, meglio, una giustificazione, all’incomprensibile silenzio del legislatore.
In effetti, basterebbe richiamare la sentenza della Corte costituzionale del 2006 che invitata, sollecitava il legislatore ad intervenire, dopo aver precisato che l’attribuzione del solo cognome paterno al figlio rappresentava il retaggio di una concezione patriarcale delle famiglia che non aveva più ragione di esistere, o ancora la sanzione della Corte europea dei Diritti dell’Uomo del 2104 perché il nostro ordinamento non consentiva l’attribuzione del cognome materno, per fare emergere la necessità di una specifica normativa in materia. Poi è arrivata la sentenza della Corte costituzionale n. 286 del 2016 che, dopo aver preso atto che non erano stati sufficienti 10 anni al legislatore per approvare una nuova disciplina del cognome e che tale situazione rappresentava pregiudizio per l’identità personale del minore e disparità di trattamento tra i coniugi, ha dichiarato l’illegittimità costituzionale di quelle norme che, pur in presenza di accordo tra i genitori, non consentivano l’attribuzione anche del cognome materno. Dunque, dalla fine del 2016, i genitori possono, di comune accordo, attribuire anche il cognome materno (sempre preceduto da quello paterno, secondo le direttive ministeriali): ma si tratta solamente di un’opzione a disposizione dei genitori che non colma certamente la carenza normativa, anzi forse la mette maggiormente in evidenza.
Siamo ben lontani non solamente da una disciplina organica del diritto al nome, come sarebbe auspicabile, ma anche da una normativa semplice e pure poco articolata che però possa stabilire possibilità, limiti e modalità per l’attribuzione del cognome al figlio, nelle diverse ipotesi e fattispecie previste dal nostro ordinamento: filiazione nel matrimonio e fuori dal matrimonio, riconoscimento successivo alla nascita, adozione, cognomi composti, cognome dello straniero che diviene cittadino. Eppure, non dovrebbero sussistere particolari problemi o difficoltà nel predisporre ed approvare una normativa specifica in materia, tenendo conto della sentenza della Corte costituzionale, che potrebbe facilmente ottenere il consenso di tutte le forze politiche, probabilmente senza distinzioni tra maggioranza ed opposizione: il testo legislativo potrebbe essere approvato anche in tempi molto brevi, oltretutto non comportando impegni di spesa. Sarebbero sufficienti poche precise indicazioni per stabilire la volontà e l’orientamento del Parlamento non solo sull’ipotesi del doppio cognome in presenza di concorde volontà dei genitori, ricordando che la Corte costituzionale non ha posto limiti sull’ordine dei cognomi, ma anche in mancanza di accordo dei genitori o, ancora, in presenza di cognomi dei genitori già composti da più elementi per sapere quali verranno trasmessi ai figli o, ipotesi sempre più ricorrente, di genitori italiano-straniero che vorrebbero fosse prevalente il cognome del genitore straniero, senza tralasciare una più precisa indicazione del cognome spettante a seguito di adozione o, anche questa fattispecie molto frequente, del cognome spettante allo straniero che acquista la cittadinanza italiana, per il quale, nonostante un recente orientamento ministeriale, nella pratica operativa non sembra ancora garantito il diritto al mantenimento delle generalità possedute.
In realtà, sembra che il tema del cognome interessi ben poco, o forse nulla, non solo il nostro legislatore, ma anche i singoli parlamentari: pure per i media si tratta di un argomento poco dibattuto ed al quale viene dedicato non molto spazio, forse perché una discussione in merito non provocherebbe contrasti particolarmente accessi né alimenterebbe la minima litigiosità.
Eppure, si tratta del diritto al nome, di uno dei diritti della personalità, dell’elemento distintivo della propria identità personale: non possiamo pensare che non meriti una adeguata disciplina e, soprattutto, che non gli sia riservato un degno spazio all’interno dei lavori parlamentari.
Tocca al legislatore intervenire, lo aveva affermato la Corte costituzionale 13 anni fa: non è ancora avvenuto, speriamo lo faccia e termini questo lunghissimo ed imbarazzante silenzio normativo su un argomento di grande importanza.

 

 

ANTICIPAZIONE DEL SOMMARIO (FASCICOLO N. 5/2019)

  • La disciplina del cognome: il silenzio del legislatore di Renzo Calvigioni
  • La recente evoluzione normativa funeraria e cimiteriale, regionale e nazionale – Lorella Capezzali
  • Lo scioglimento giudiziale dell’unione civile senza la preventiva manifestazione di volontà di fronte all’ufficiale di stato civile – Renzo Calvigioni
  • Il progetto EPAPFR: uno strumento volto a migliorare la cooperazione nella tutela dei soggetti più deboli – Caterina Fratea
  • I certificati europei e ANPR: un’integrazione possibile? – Patrizia Saggini
  • Il caos della certificazione on line per i Comuni subentrati in ANPR. Facciamo un po’ di chiarezza! – Alessandro Francioni
  • L’imposta di bollo nei procedimenti anagrafici e nella certificazione – Liliana Palmieri e Romano Minardi
  • Quesiti a cura di Renzo Calvigioni e Noemi Masotti
  • Giurisprudenza a cura di Dante Buson
  • Scadenzario Giugno 2019

 

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