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CITTADINANZA - Il riconoscimento di cittadinanza iure sanguinis: interviene anche il giudice

In anteprima l'editoriale della Rivista “I Servizi Demografici n. 4/2019"
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Editoriale di Renzo Calvigioni (I Servizi Demografici n. 4/2019)

In anteprima l’editoriale della Rivista “I Servizi Demografici n. 4/2019

Da qualche tempo, forse da qualche anno, abbiamo assistito ad una costante crescita delle richieste di riconoscimento del possesso ininterrotto della cittadinanza italiana, presentate direttamente dagli interessati nel comune in Italia dove contestualmente avevano richiesto la residenza: in alcuni casi, i numeri sono diventati impressionanti, quasi travolgenti, tanto da creare oggettive difficoltà per il carico di lavoro che viene a crearsi nell’ufficio coinvolto. Sappiamo tutti che queste richieste costringono l’ufficiale di anagrafe e l’ufficiale di stato civile a svolgere una serie di adempimenti particolarmente impegnativi e le relative procedure, a prescindere dall’esito positivo o negativo che possano avere, si susseguono e si dilungano fino alla conclusione del procedimento, richiedendo costante attenzione: naturalmente non vogliamo entrare nel merito delle procedure in questa occasione, ma soltanto sottolineare quale sconvolgimento possa derivarne per gli uffici.
È doveroso rilevare che tutto rientra nei compiti ordinari sia dell’ufficio anagrafe, che dovrà curare tutti gli aspetti relativi all’iscrizione anagrafica degli interessati, e sia dell’ufficio di stato civile, che dovrà seguire tutti gli aspetti che vanno dall’istanza di riconoscimento fino alla trascrizione degli atti di stato civile: quindi, in sostanza, adempimenti e procedure consueti, anche se complessi, che richiedono tempo, verifiche, coinvolgimento di altri uffici ed autorità (polizia municipale per gli accertamenti anagrafici, consolati italiani all’estero per la non rinuncia alla cittadinanza italiana, altri comuni in Italia per acquisizione eventuale documentazione d’ufficio).
Tuttavia, la situazione che si è creata in molti comuni è diventata allarmante, non solo per il carico di lavoro che ne deriva che rischia di diventare paralizzante per gli uffici demografici, ma soprattutto perché l’intero procedimento di riconoscimento della cittadinanza italiana prevede come requisito fondamentale la competenza dell’ufficiale dello stato civile, basata sulla residenza in Italia del richiedente, quindi sull’iscrizione anagrafica del medesimo, che però solitamente non rispetta quel requisito irrinunciabile dell’abitualità della dimora: il richiedente occupa l’abitazione per il minimo tempo necessario per ottenere il riconoscimento del proprio status civitatis, poi se ne va senza lasciare recapiti o richiedendo la cancellazione per l’estero, così da liberare l’appartamento per altri che stanno arrivando.
In tale contesto, già predisposto ed organizzato dalle agenzie che operano sul territorio a tal fine, gli strumenti a disposizione per l’ufficiale di anagrafe e, di seguito per l’ufficiale di stato civile per ottenere il pieno rispetto dei requisiti richiesti dal nostro ordinamento non sono molti, condizionati dai tempi previsti dalla normativa in materia di iscrizione anagrafica e da quelli previsti dal procedimento di riconoscimento della cittadinanza: se a questo aggiungiamo la situazione esistente nei Paesi dell’America Latina dalla quale provengono la maggior parte degli interessati, si comprende benissimo come non vi sia all’orizzonte alcuna speranza di diminuzione delle richieste. In tal senso, il pacchetto sicurezza approvato in Parlamento, che nella prima versione aveva previsto che il riconoscimento della cittadinanza italiana si fermasse alla seconda generazione, norma poi modificata subito prevedendo che il procedimento potesse protrarsi fino a 48 mesi, nel testo finale prevede semplicemente che il rilascio degli estratti per il riconoscimento della cittadinanza debba avvenire entro sei mesi, disposizione che nella pratica non ha alcuna utilità: dunque, il legislatore che, sicuramente aveva avuto qualche indizio di una situazione grave, viste le intenzioni iniziali, non è sostanzialmente intervenuto nello specifico.
Gli unici interventi sono quelli che provengono dall’autorità giudiziaria, in qualche caso anche con indagini, laddove ricevano segnalazioni circa la rilevanza numerica di un fenomeno che diviene sempre più importante, o anche con sentenze in materia di riconoscimento del possesso ininterrotto della cittadinanza italiana, che prendono atto del ritardo previsto dalle nostre autorità consolari all’estero per esaminare le richieste presentate direttamente in Consolato: in tal senso, merita attenzione una recente sentenza del Tribunale Ordinario di Roma, Diciottesima Sezione che, con una procedura che sembra essere già stata applicata in casi analoghi, accoglie la richiesta di riconoscimento della cittadinanza italiana in via giudiziaria, giustificandola con gli eccessivi ritardi del percorso amministrativo (nello specifico, l’interessato aveva presentato domanda in Consolato nel 2017 ed aveva scoperto che, in quell’anno, stavano esaminando le istanze del 2005), addirittura superiori ai 10 anni.
Il Tribunale riconosce il possesso ininterrotto della cittadinanza italiana all’interessato residente all’estero, rappresentato e difeso dall’avvocato residente in Italia: il ricorso viene depositato il 18 aprile 2018 ed il Tribunale decide in data 21 dicembre 2018, ordinando all’ufficiale di stato civile competente di procedere alle trascrizioni ed annotazioni nei registri di stato civile. Se teniamo conto delle spese che l’interessato avrebbe dovuto affrontare trasferendo la sua residenza in Italia e dell’assistenza necessaria di un’agenzia specifica, dei tempi comunque richiesti per il percorso amministrativo, la scelta di ricorrere al Tribunale può apparire forse conveniente e indurre altri ad effettuare lo stesso percorso.
Tutto questo denota comunque la gravità di una situazione che, come detto, è sicuramente destinata a peggiorare e rende davvero auspicabile un intervento legislativo che affronti in maniera seria il problema esistente: se teniamo conto della grande emigrazione nell’America del Sud di cittadini italiani tra la fine dell’800 e l’inizio del ’900, ognuno dei quali rappresenta il capostipite di una discendenza italiana, potrebbero esservi milioni di persone interessate al riconoscimento della cittadinanza italiana, un fenomeno in crescita costante che merita sicuramente l’attenzione del legislatore.

 

 

ANTICIPAZIONE DEL SOMMARIO (FASCICOLO N. 4/2019)

  • Il riconoscimento di cittadinanza iure sanguinis: interviene anche il giudice di Renzo Calvigioni
  • Richiedenti e titolari di protezione dopo il decreto sicurezza: analisi operativa delle principali novità per l’ufficiale d’anagrafe – Andrea Antognoni
  • Convivenza di fatto e pratiche funerarie: facciamo il punto a quasi tre anni dall’entrata in vigore della legge n. 76/2016 – Paola Lucchi
  • La proposta di legge di modifica di alcuni procedimenti elettorali – Iginio Del Vecchio
  • Il cognome del neo cittadino italiano: una nuova circolare della Direzione Cittadinanza del Ministero dell’interno – Renzo Calvigioni
  • Dove è finito il server del Comune? – Emanuele Tonelli
  • L’imposta di bollo nei procedimenti anagrafici e nella certificazione – Liliana Palmieri e Romano Minardi
  • Quesiti a cura di Renzo Calvigioni e Noemi Masotti
  • Giurisprudenza a cura di Dante Buson
  • Scadenzario Maggio 2019

 

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